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Mercati

L’imballaggio industriale strategico per la difesa

01 settembre 2026

Le potenzialità economiche non mancano e nemmeno le responsabilità, con un percorso verso nuove competenze, tracciabilità, rintracciabilità e sicurezza degli imballaggi a 360°.

Nel capitolo dedicato a logistica, magazzinaggio e imballaggio del Report “Spese militari italiane”, (curato da Federico Bertasi e Maurizio Perriello per la rivista Domino diretta da Dario Fabbri) si analizza la logistica nel riarmo italiano, mostrando come essa non costituisca quasi mai una voce di bilancio autonoma, ma rappresenti la condizione materiale che rende sostenibile e credibile la spesa militare.  La differenza tra un programma d’arma annunciato e la sua reale capacità operativa dipende dalla disponibilità di ricambi, scorte, officine, depositi e trasporti nel tempo. Per esempio, la guerra in Ucraina ha riportato al centro della pianificazione europea il tema della massa, quantità di munizioni, rotazione delle scorte e capacità di stoccaggio, oltre alla sola superiorità tecnologica. Per l’Italia, paese manifatturiero, il riarmo non si esaurisce nelle grandi commesse a Leonardo, Fincantieri o MBDA, ma dipende dalla rete industriale che sostiene l’intero ciclo di vita dei sistemi d’arma. Nei bilanci della Difesa compaiono riferimenti diffusi ma poco disaggregati a depositi, casermaggio e materiali di consumo. Il settore trasporto e magazzinaggio cresce di oltre il 7,5% nel 2025 secondo Oxford Economics. L’imballaggio, pur assente come voce autonoma, costituisce un’esigenza tecnica crescente legata all’aumento di sistemi e componenti da movimentare. Le conclusioni evidenziano che il vincolo principale non è la disponibilità finanziaria, bensì la capacità del sistema industriale di trasformare le risorse in capacità operative reali, tra dipendenze tecnologiche, carenza di manodopera e complessità procedurali, in un percorso necessariamente graduale.

QUANTO SPENDIAMO?

Nell’arco di dieci anni, i Paesi aderenti alla NATO hanno programmato di arrivare ad una spesa annua pari al 5% del PIL. Entro giugno del 2035, il 70% di questo investimento riguarderà gli obiettivi di difesa concordati, mentre il restante importo la difesa delle infrastrutture, anche digitali, la protezione civile e il sostegno all’industria di settore. Il concetto di difesa è infatti cambiato: non solo territoriale, ma comprende appunto anche infrastrutture civili, reti digitali, data center. L’Italia spende annualmente l’1,5% del PIL: nel 2025, oltre 31 miliardi, due in più dell’anno precedente; per il ‘26 e il ‘27, la quota si manterrà su questi livelli. La spesa riguarda tre aree: difesa (61%), sicurezza (28%) e un’area mista (11%) per esigenze non specifiche, pensioni provvisorie comprese. Nell’area ‘difesa’, la parte del leone la fanno le spese per il personale, seguite da acquisti di sistemi d’arma e attività di ricerca e sviluppo; poco è investito in addestramento, manutenzione e logistica. 

IMPEGNI CON LA NATO

Accanto al bilancio del ministero preposto, anche altri dicasteri (MIMIT e MEF, più fondi PNRR) sostengono gli investimenti e le spese contribuendo al bilancio ‘integrato’ che riguarda missioni internazionali e programmi speciali. Diverso è il bilancio presentato alla NATO (per allocazione differente delle risorse) che innalza la spesa al 2% del PIL. Infrastrutture logisticamente essenziali anche per la difesa rientrano per quota parte nel bilancio italiano ‘pro NATO’. Perplessità in tal senso sono state manifestate dal governo statunitense, che desidera stanziamenti ‘diretti’ e non indiretti. L’obiettivo di un incremento della spesa del 3,5% (1,5%+3,5%=5%) comporta l’incremento della capacità industriale, che ha tempi più lenti dell’erogazione dei finanziamenti: i programmi di produzione di armamenti richiedono cicli ultra-decennali soprattutto perché la struttura produttiva attuale non è in grado di rispondere alla domanda. Per esempio, progettare un sottomarino e realizzarlo richiede alle spalle filiere specializzate in tutta la componentistica. In sintesi, in 10 anni l’Italia potrebbe ‘farcela’, solo se le tempistiche venissero rispettate e se l’industria militare si sviluppasse rispetto alla produttività attuale. Quindi, per arrivare all’obiettivo del 5% del PIL comprare armi americane e-o attivare-potenziare filiere specializzate?

Principali settori italiani coinvolti
Cantieristica navale (DPP) 
Aerospazio (DPP)
Elettronica (DPP+Mimit)
Automotive militare (DPP)
ICT-Cyber (DPP+Mimit)
Spazio (ASI+DPP)
Magazzinaggio (ASAP)
Chimica (DPP)
Metallurgia (DPP)
Meccanica (DPP)
Costruzioni (CEF)
Logistica (CEF+ASAP)
Imballaggi industriali (ASAP)
NB:
estratto dal Report, le sigle si riferiscono a strumenti normativi, programmi, fondi, ecc. cui i Paesi UE devono rispondere nell’ambito del piano comunitario ReArm Europe della Commissione del marzo 2025.

STIME ORIENTATIVE: 3 ESEMPI
Per esempio, la stima di colli e relativi imballaggi industriali per un Pattugliatore Polivalente d’Altura (143 m di lunghezza e 16 di larghezza) prevede dai 300 ai 500 fornitori, dai 5mila ai 15mila colli in 36 mesi, una media di consegna in cantiere che oscilla tra i 5 e i 15 colli al giorno. Se l’ipotesi riguardasse un sottomarino modello AIP classe 212 NFS, la quantità di componentistica (e di domanda di packaging industriale) aumenterebbe di molto rispetto al Pattugliatore: a determinare la domanda non è la ricchezza di componenti, ma il grado di miniaturizzazione, ridondanza forzata e specializzazione ingegneristica per unità di spazio. Un sottomarino modello AIP classe U212 NFS è probabilmente l'oggetto navale militare convenzionale più denso di tecnologia per metro cubo che esista, perché ogni funzione (energia, respirazione, silenziamento acustico, controllo assetto, armamento) deve coesistere in un volume pressurizzato estremamente limitato, senza margine di errore. Per avere un’idea del potenziale in termini di imballaggi industriali in un altro comparto, basti pensare alla collaborazione fra Rheinmetall e Leonardo per produrre 1.300 mezzi corazzati per l’esercito: sono coinvolti automazione industriale, metallurgia, trasmissioni, sospensioni e lavorazioni meccaniche.

RICADUTE ECONOMICHE
Il nostro Paese dovrebbe passare da una spesa di ‘mantenimento’ ad una di ‘acquisti’ di sistemi d’arma, munizioni, scorte, tecnologie dual use: più che stabilizzare la pace, sarà strategica la dissuasione armata da attacchi al territorio. Per ottemperare alle indicazioni non vincolanti della NATO, l’Italia dovrà investire in riarmo 110 miliardi dal 2025 al 2028. Per le aziende italiane coinvolte, si tratta di maggiori entrate per 20 miliardi.

 

di Sebastiano Cerullo
Direttore Generale di Conlegno